logo (2)

AL SUO COMPLETO SERVIZIO

 

 

 

Al suo completo servizio

Copyright © 2008 di Fabio Carrozzi

Tutti i diritti riservati

 

Visita il sito: www.fabiocarrozzi.com

Mail: info@fabiocarrozzi.com

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questo racconto è un'opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell’immaginazione dell’autore o usati in chiave fittizia. Ogni rassomiglianza con persone realmente esistenti o esistite, fatti o località reali è puramente casuale.

                                     

 

 

                                                                                       1

 

 

…Ancora sei persone e poi tocca a me. 

Non devo andare al supermercato a quest’ora, lo so che è sempre pieno di gente, ma d'altronde cos'altro potrei fare? Non ho tempo… 

 

La catena dei pensieri di Emily fu interrotta da una donna che le si affiancò e sgomitando chiese: 

«Mi fai passare? Ho solo queste tre cose da pagare, mentre tu…»  Guardava il suo carrello. La voce grassa, ruvida, frustrata, tutto perfettamente allineato alla sua figura. 

Emily squadrò la donna. In una mano stringeva saldamente due enormi buste di patatine, mentre nell'altra una bottiglia di aranciata. Indossava un voluminoso pantalone a quadretti rosa e una maglietta troppo stretta. 

«Veramente ho poche cose anch'io, e poi ho molta fretta.» La verità era che oltre ad essere in ritardo si sentiva anche infinitamente stanca. Non vedeva l'ora di uscire da quel supermercato e di tornare a casa, sempre dopo aver sbrigato un'ultima commissione. 

«Andiamo, dove sono finite le buone maniere? hai il carrello pieno di roba! Ci metto un attimo!» 

«Ok, passa pure!» …basta che la pianti di sbraitare! Anzi tutti, TUTTI dovete smettere di SBRAITARE! TUTTI QUANTI! Quanto le sarebbe piaciuto gridarlo, sfogarsi finalmente. Ma non poteva, non avrebbe mai potuto, l'avrebbero presa per una pazza, di questo ne era consapevole. Ma se solo sapessero…se solo sapessero cosa devo sopportare.

 

Si strinse di nuovo nei suoi pensieri, come sempre faceva quando era al novantanove percento. Sì, Emily aveva codificato in numeri il suo stato di stress e di sopportazione. La sua idea era che ogni essere umano ha come una specie di "buffer", il quale, durante l'arco della giornata e a seconda degli eventi più o meno piacevoli che accadono, si va man mano riempiendo e svuotando. Finché questo equilibrio rimane il più possibile stabile, diciamo intorno al cinquanta percento, è tutto a posto, si va avanti tranquillamente, ma quando si arriva vicini alla soglia…

Alzò gli occhi al cielo e buttò fuori l’aria.

Ok, ci siamo, devo svuotare quel maledetto buffer, è facile no? Sai come si fa. Non è la prima volta…Devi pensare a quel posto…a quel luogo che tu sai bene…

 

 

 

2

 

 

 

Finalmente era giunto il suo turno. Pagò e infilò tutto quanto in due grosse buste e si avviò verso l’auto parcheggiata non molto distante. 

Faceva troppo caldo. Anche se doveva percorrere solo pochi metri, il sudore prese a scenderle sulla schiena. Il rumore del traffico era assordante, più insopportabile del solito. 

Sistemò la spesa nel bagagliaio e si mise alla guida. Tirò giù i finestrini, attese qualche istante, li richiuse e azionò l’aria condizionata al massimo della potenza.

…Ancora un'ultima commissione e poi a casa. Resisti! 

 

La sua ultima fermata per quella giornata era la banca. Il giorno precedente aveva ricevuto una lettera in cui le veniva notificato che erano sorti alcuni problemi riguardo il suo ultimo accredito. Una pagina intera di formali convenevoli e di linguaggio forbito, che le dava veramente sui nervi. In poche parole, quello che cercavano di dirle era che i suoi compensi trimestrali non erano stati versati.  

Parcheggiò l'auto, entrò in banca e attese il suo turno. 

«Come non potete fare niente? Ma state scherzando?» 

«Mi dispiace ma non è colpa nostra, come le ho già spiegato. La sua casa editrice ha sbagliato le coordinate, ma non è un problema, basta che si rivolga direttamente a loro e rifaranno l'accredito!» 

«No, voi non capite! Io non mi rivolgo proprio a nessuno! Siete voi che dovete risolvere la questione!» 

«Basta chiamare la sua casa editrice e farsi rifare il bonifico, le rimane così difficile?»

«Si, mi rimane difficile, enormemente difficile! Non ho tempo! Lo capite?» 

Si appoggiò con le mani sullo sportello, di nuovo fece uscire tutta l’aria e rialzando lo sguardo disse: «Va bene, chiamerò in sede per fargli rifare l'accredito» 

…inutile insistere, rischio solo di far aumentare il buffer. 

Emily si guardò intorno e vide che molta gente la stava osservando incuriosita. Non diede peso ai loro sguardi, non le importava granché di cosa pensassero gli altri e uscì dalla banca. Aveva finito. Per quel giorno aveva fatto tutto: la spesa, la banca…ora era giunto finalmente il momento di tornare a casa. 

 

Entrò di nuovo in macchina ma prima di mettere in moto si voltò verso il bagagliaio. Con questo caldo la spesa si sarà rovinata? Che stupida che sono, sarei dovuta passare prima in banca e poi al supermercato.

Infilò la chiave nel cruscotto e la girò. Niente, nessun rumore, silenzio assoluto. L'auto non dava più segni di vita. 

«…Non è possibile! Non può essere! Non può non accendersi! DEVE!»  urlò con le mani strette sul volante.

Girò di nuovo. Poi ancora e ancora ma oltre al "click" della chiave non giungeva alcun rumore dal motore. 

Aprì la portiera e scese. Non aveva scelta, doveva prendere l'autobus, camminare sotto il sole fino alla fermata con le buste della spesa in mano e stare stretta ammassata tra le persone che lo occupavano all’ora di punta. 

In quell'istante si avvicinò un taxi. Emily guardò attraverso il finestrino. L'autista, un signore sulla sessantina, capelli bianchi pettinati all’ indietro, vestito elegante, la scrutava da dietro un paio di occhiali dalla montatura tonda e le stava sorridendo. 

«Le posso essere di aiuto signora?» la sua voce

era morbida e rassicurante. 

«Veramente si, ecco…» lei continuò a fissarlo.

Nonostante la sua profonda diffidenza per il genere umano, sentiva che in lui c’era qualcosa di familiare, qualcosa che la faceva sentire al sicuro.

«Mi lasci indovinare, l'auto non parte, eh?» 

«Eh già. Ma come fa a saperlo?» 

«Oh, non si preoccupi, so molte cose di lei, Emily. Allora dove la porto di bello?» 

«A casa per favore, mi porti a casa.» 

Quindici minuti dopo erano arrivati. Per tutto il viaggio lei non disse una parola. Non le importava approfondire la sua conoscenza e neanche chiese come facesse a sapere il suo nome. Forse mi avrà visto in qualche presentazione, avrà letto i miei libri. Non le importava veramente, ciò che voleva era tornare a casa, avere un po' di tranquillità, ne aveva un bisogno disperato. 

«Quanto le devo?» 

«Mi paga la prossima volta.» 

«Come la prossima volta?» 

«Sì. Tenga, prenda il mio biglietto, sono sicura che mi richiamerà.»  

Emily alzò le braccia con tutte le buste e sorrise: «Beh, allora la saluto e la ringrazio del passaggio.»

Infilò il biglietto nella tasca dei jeans ed entrò in casa. 

  

 

 

                                                                                    3

 

 

Emily aveva quarantadue anni. Non si era mai sposata e non aveva figli. La sua unica passione erano i libri e la tranquillità. Soprattutto quest'ultima. 

Come scrittrice aveva raggiunto un discreto successo che le permetteva di vivere serenamente. Inoltre, cosa per lei fondamentale, le permetteva di lavorare da casa. Aveva una vera e propria fobia; ogni volta che doveva uscire per qualche ragione si sentiva sopraffare dal panico. Il buffer, che era tanto tranquillo, subito si riempiva non appena metteva un piede fuori dall’ uscio per qualsiasi motivo. 

 

Era nata in una grossa metropoli e, pochi anni dopo, appena il suo lavoro le permise una certa autonomia, si trasferì il più lontano possibile dal caos cittadino. 

Per prima cosa sistemò la spesa, poi prese una lattina di coca dal frigo e si sdraiò sul divano.  

Tolse dalla tasca il biglietto da visita di quel tassista. Era un cartoncino di sei centimetri per quattro. Su sfondo giallo chiaro era stampata sulla sinistra la foto di un'autovettura con la scritta nera "TAXI". In alto il nome "Vassilis Paradeisis"  e in basso "Al suo completo servizio". 

…Al suo completo servizio, che splendide parole!!! Ah, se soltanto fosse vero! 

Fece roteare il biglietto tra le dita e lo infilò di nuovo nella tasca. 

Chiuse gli occhi e cercò di riposarsi. Doveva pensare alla prossima storia da raccontare, al prossimo libro da scrivere. 

Poi le venne in mente che doveva chiamare la sua casa editrice per risolvere il problema dell'accredito e mandare qualcuno a riprendere l'auto in panne. Si alzò dal divano e prese il telefono. Una voce dall'altro capo le diede il buongiorno. 

«Buongiorno, sono Emily Dupier, vorrei parlare con qualcuno responsabile dei pagamenti.» 

«Buongiorno signorina Dupier, le passo subito qualcuno, attenda in linea.» 

La sinfonia numero nove di Beethoven le faceva compagnia. Poi finalmente una voce le parlò. 

«Salve Emily!» 

«Sì, salve, posso chiedere a lei per un problema di pagamento?» 

«Andiamo, non mi riconosce?»  

Sta sorridendo…occhiali tondi, capelli bianchi.

«Come scusi?» 

«Sono io, non si ricorda? Poco fa?» 

«L'autista del taxi? Ma lei lavora dal mio editore? Si passò una mano sul viso e tra i capelli poi aggiunse: «No, ci deve essere stato uno sbaglio.» 

«Nessuno sbaglio mia cara, ha letto il mio biglietto da visita? Non sarebbe bello se fossi io ad occuparmi di tutte queste stupide faccende? I pagamenti, la spesa, la manutenzione dell’auto e chissà cos’altro. Al suo completo servizio!» 

Emily inspirò profondamente.

«Certo, sì, sarebbe…» chiuse gli occhi stringendo la cornetta.

«Pronto? Pronto? Signora Dupier?» Dall’ altro lato una voce femminile: «Sono Charlotte Jones, responsabile pagamenti. Come posso aiutarla? 

Emily riaprì gli occhi come se stesse riemergendo da un sogno.

«Sì, pronto, sono Emily Dupier, volevo informarvi che non ho ricevuto…»  

 

 

4

 

 

Il giorno seguente, Emily si svegliò molto presto. Di solito le piaceva dormire fino a tardi. Ma quella mattina aveva altro a cui pensare. Il risveglio aveva in parte chiarificato i suoi pensieri. Sapeva che la voce del tassista al telefono era stata solo un'illusione, un'illusione della sua mente stressata. La colpa è del buffer…  

 

Fece colazione, prese un vinile di Frank Sinatra e lo miso sul piatto del  giradischi. Si accomodò al computer, voleva iniziare a raccontare la sua nuova storia, voleva iniziare il suo nuovo libro. 

Da tempo ormai non provava più quella sensazione. Quella sensazione di totale smarrimento rispetto al mondo circostante. Ma quella mattina, nella sua mente, un fiume in piena di parole scorreva incessante, estasiata. L'ultima volta che aveva provato una cosa simile era quando aveva iniziato il suo primo libro. Erano passati già più di quindici anni da quella prima pubblicazione e ora, di nuovo, si sentiva travolta dall’ ispirazione. 

Controllò l’orologio, aveva scritto per quasi cinque ore di fila.

Si alzò per sgranchirsi le gambe, guardando ancora incredula lo schermo del computer. Stava facendo un ottimo lavoro, ne era certa. 

Il telefono squillò. 

«Sì, pronto?» si sentiva al settimo cielo.

«Buongiorno Emily, allora come va il suo nuovo libro?» 

Cercò di articolare qualche parola ma dalla sua bocca uscirono solo versi incomprensibili.

«Non pensa che io meriti più considerazione?» 

«Considerazione per cosa? Per avermi riaccompagnata a casa? L' ho già ringraziata per questo, mi pare, e poi io volevo pagarla…» Ma il tono di voce era tutt’altro che irritato.

Si girò verso la porta d’ingresso. Aveva una strana sensazione, era come se quell’uomo fosse lì dietro. 

«Oh no, non per il passaggio» rise.

«Allora per cosa?» 

«Per il libro Emily, per il suo nuovo libro!» 

La mano con cui stringeva la cornetta iniziò a tremare. Cercò di staccarla dal suo orecchio ma senza riuscirci. Provò di nuovo e lanciò un urlo quando sentì dall’altro capo che lui aveva iniziato a cantare: Come fly with me, di Frank Sinatra.

  Il suo vecchio orologio a pendolo annunciò che era mezzogiorno in punto. I suoi piedi si mossero in direzione della porta. 

Qualcuno stava bussando. Pochi passi e la raggiunse. Stava immobile davanti all'occhiolino chiuso. E poi silenzio, solo il suo cuore nelle orecchie, nella gola, in testa.  

Non chiese chi fosse. Lo sapeva. Sapeva chi era. Aprì la porta. 

«Buongiorno mia cara!» Il suo ospite allargò le braccia sorridendo. Indossava lo stesso identico vestito elegante del giorno prima, lo sguardo radioso e gli occhi ardevano luminosi dietro quella montatura tonda.

Emily non riusciva a parlare, terrorizzata, ma anche felice.

«Sono qui per aiutarla, sono al suo completo servizio!» 

Quelle parole avevano il potere di ipnotizzarla… al suo completo servizio

…Cosa sto facendo? Devo essere impazzita del tutto per farlo entrare in casa mia! 

Vassilis Paradeisis la prese per mano e, senza che lei opponesse alcuna resistenza, la fece accomodare sul divano. 

«Allora mia cara Emily, mi parli del suo nuovo libro, sta venendo bene?» 

«Oh sì, a meraviglia, da tanti anni ormai non provavo più quel senso di smarrimento e di assoluta dedizione» Emily lo fissava negli occhi, ipnotizzata. 

«Bene, bene, mi fa molto piacere. E mi dica cos'altro potrei fare per lei?» 

«Tantissime cose! Infinite!» 

«Mi fa piacere sentirglielo dire, ma sa che c'è un prezzo per tutto questo?» Sollevò la sua mano sinistra rivolgendo il palmo verso l’alto. Poi un foglio apparve su quella mano. Emily intravide una stella a cinque punte.

«Non deve far altro che firmare qui.» Indicò il contratto.

«E immagino che il prezzo da pagare sia la mia…»

Lui la guardava sorridendo e annuì.

Emily allungò un braccio e afferrò la penna sul tavolino.